Ci sono tantissimi manuali, corsi, articoli e guide su vari aspetti della sicurezza online. Tutti validi a loro modo. Non voglio però scrivere una classica sequela di raccomandazioni che puoi leggere appunto dappertutto.
Quindi voglio mettermi in prima persona, immedesimandomi in un utente medio che deve svolgere delle attività online. Partendo dall’inizio e spiegandoti le mie scelte.
La mia esperienza online
In questa prima parte dell’articolo voglio raccontarti nel pratico il mio approccio a internet. Nella seconda parte ti fornirò tutti gli strumenti utili disponibili e di cui sono a conoscenza.
Il dispositivo
Accendo il computer.
È un notebook HP con Windows 11. Funziona, fa quello che mi serve e non ho intenzione di cambiarlo domani mattina. Eppure, se il mio obiettivo è ridurre la profilazione e avere maggiore controllo sulla mia privacy, non è esattamente il punto di partenza ideale.
Windows è un sistema operativo proprietario, sviluppato da Microsoft, che raccoglie diverse informazioni sull’utilizzo del dispositivo e integra funzionalità legate alla telemetria, alla personalizzazione e alla pubblicità. Non significa che qualcuno stia spiando in diretta tutto quello che faccio, ma significa che una parte della mia esperienza digitale passa attraverso un ecosistema commerciale sul quale ho un controllo limitato.
Potrei acquistare un Mac. Apple ha costruito un ecosistema con diverse protezioni della privacy e un approccio meno dipendente dalla pubblicità personalizzata rispetto a quello di altre grandi piattaforme. Ma quanto costa? E soprattutto, cambiare produttore significa davvero liberarsi da qualsiasi forma di raccolta dei dati?
Esiste poi un’alternativa interessante, probabilmente la migliore: Linux.
È gratuito, open source e offre un controllo molto maggiore sul proprio sistema operativo. Distribuzioni come Linux Mint, Ubuntu e Fedora sono ormai utilizzabili anche da persone senza particolari competenze informatiche.
Allora perché non lo utilizziamo tutti?
Il problema è che non tutti i programmi sono disponibili per Linux. Alcuni software professionali, applicazioni specifiche e strumenti utilizzati quotidianamente non hanno una versione nativa o richiedono soluzioni alternative. Anche se la situazione sta migliorando, per molte persone passare a Linux significa ancora dover cambiare alcune abitudini.
Per il momento, quindi, continuo a utilizzare Windows. Ma Linux rimane una possibilità concreta da tenere in considerazione quando sarà possibile fare il passaggio. Scopri di più su Linux.

Il discorso è simile per lo smartphone.
La maggior parte degli smartphone utilizza Android, un sistema sviluppato da Google che integra numerosi servizi e strumenti di raccolta dei dati. Esistono impostazioni per limitarli, ma il problema è anche strutturale: Google è presente in moltissime applicazioni e funzionalità che utilizziamo ogni giorno.
Potrei scegliere un iPhone, che offre un approccio differente alla privacy e maggiori strumenti di controllo, ma anche qui il costo può essere un ostacolo e non significa che Apple non raccolga informazioni.
Esistono inoltre smartphone progettati per offrire maggiore indipendenza dalle grandi piattaforme, come Fairphone, e sistemi operativi alternativi come /e/OS e GrapheneOS, installabili soltanto su determinati dispositivi compatibili.
Sono possibilità interessanti, ma richiedono attenzione alla compatibilità, ai costi e alle funzionalità a cui si potrebbe dover rinunciare.
Continuo quindi a utilizzare il mio Pc Windows e il mio smartphone Android, per ora, pur consapevole delle alternative e che non serve cambiare tutto immediatamente. Possiamo iniziare a migliorare la nostra privacy anche con i dispositivi che abbiamo già.
Il collegamento a internet
Computer acceso, smartphone pronto. Adesso voglio navigare. Devo connettere il dispositivo a internet. Prima, però, una considerazione: quello che faccio online lascia delle tracce.
Non ho paura che qualcuno scopra quali siti visito o quali argomenti mi interessano. Non sto facendo nulla di losco e non ho particolari segreti da nascondere. Ma preferirei comunque che le mie attività non venissero raccolte, incrociate e utilizzate per costruire un profilo commerciale sempre più dettagliato.
È una questione di libertà e di controllo, non di avere qualcosa da nascondere. E qui entra in gioco il modo in cui mi collego alla rete.
Non importa se ho una linea fissa o mobile, e nemmeno l’operatore che utilizzo. I dati che ricevo e trasmetto passano da server sparsi per il mondo che raccolgono più o meno informazioni riguardo la mia attività. Vista il poco margine di modifica delle rete utilizzata, l’unica opzione è cercare soluzioni per criptare adeguatamente i dati inviati e ricevuti attraverso il web.
Uno degli strumenti più conosciuti per farlo è quello della VPN, una rete privata virtuale che crea un collegamento cifrato tra il mio dispositivo e un server gestito dal fornitore del servizio.
In parole semplici, quando utilizzo una VPN, il mio operatore Internet non vede direttamente i siti che visito attraverso quel tunnel. I siti, a loro volta, vedono normalmente l’indirizzo IP del server VPN anziché quello della mia connessione domestica.
Attenzione, però: non significa diventare invisibili.
La VPN non impedisce ai siti di riconoscermi attraverso i cookie, gli account, le impronte digitali del browser o altri sistemi di tracciamento, come ho spiegato nell’articolo sulla profilazione. E soprattutto, non elimina la necessità di fidarsi di qualcuno: una parte della fiducia che prima riponevo nel mio operatore Internet viene trasferita al fornitore della VPN.
Esistono servizi gratuiti, ma bisogna saper distinguere. Alcuni sono affidabili e offrono piani gratuiti con limitazioni; altri hanno modelli economici poco trasparenti o pratiche di gestione dei dati discutibili.
Non sceglierei mai una VPN soltanto perché promette di essere gratuita o perché pubblicizza una protezione assoluta. Anche in questo caso, quindi, bisogna informarsi, confrontare le politiche sulla privacy, capire chi gestisce il servizio e capire quanto ti serve davvero.
Infatti, per ora, per quello che devo fare, non utilizzerò una VPN. Ma posso ancora fare molto per proteggere la mia privacy.
La macchina con cui giro su internet
Supponiamo quindi che per il momento io decida di non utilizzare una VPN e continui a navigare con la normale connessione Internet. C’è comunque un’altra scelta importante che posso fare: utilizzare browser differenti in base a quello che devo fare.
Immagina di possedere due automobili. Una è un fuoristrada, robusta e adatta a percorrere strade difficili. L’altra è una sportiva, progettata per viaggiare comodamente e velocemente in autostrada. Utilizzeresti sempre la stessa automobile, indipendentemente dal percorso? Probabilmente no.
Con i browser possiamo ragionare allo stesso modo.
Chrome ed Edge sono strumenti molto diffusi, comodi e ricchi di funzionalità, ma sono strettamente collegati agli ecosistemi delle aziende che li sviluppano. Questo comporta anche aspetti legati alla raccolta dei dati, alla sincronizzazione e alla personalizzazione dei servizi.
Esistono varie valide alternative, ma alcune possono presentare delle limitazioni a causa delle maggiori restrizioni. Molti siti richiedono permessi specifici per funzionare e quindi potrebbero non aprirsi.
Non sono tutti equivalenti e non hanno tutti lo stesso livello di praticità. Alcuni sono più adatti alla navigazione quotidiana, altri richiedono qualche compromesso e altri ancora sono pensati per esigenze particolari.
Per evitare questo problema, scelgo di usare Firefox, un browser incentrato sulla privacy e open source, ma affermato da tempo e quindi compatibile teoricamente con tutto. A cui tra l’altro posso aggiungere vari plugin per bloccare tracker, pubblicità e altri tracciamenti.

La destinazione
A questo punto ho un dispositivo, una connessione e un browser. Posso finalmente navigare. Ma dove?
Quando apro un social network, YouTube o una qualsiasi piattaforma basata su contenuti consigliati, non sono necessariamente io a decidere cosa vedere. Gli algoritmi selezionano e organizzano i contenuti sulla base di numerosi segnali: interessi, interazioni, visualizzazioni, tempi di permanenza e comportamenti precedenti.
Il risultato è che spesso finisco per guardare qualcosa che non avevo cercato.
Un video ne richiama un altro, una notizia ne suggerisce una seconda, una pubblicazione mi porta a un’altra ancora. Quando me ne accorgo, magari sono passati quaranta minuti.
Non è soltanto una questione di forza di volontà. Molte piattaforme sono progettate per mantenere alta l’attenzione, utilizzando notifiche, raccomandazioni, riproduzione automatica e feed potenzialmente infiniti.
Il primo accorgimento che ho preso è quello di NON SCROLLARE. Ogni tanto ci casco ancora, ma pensare a quanto sia controproduttivo ed anzi dannoso, tenerlo sempre bene a mente, mi aiuta a diminuire drasticamente il tempo sprecato. Crea una vera e propria dipendenza, e non mi piace.
Ci sono varie applicazioni che servono proprio a questo: limitare il tempo di utilizzo di determinate app. Non ne ho provata ancora nessuna, ma sono stato contattato da un azienda che ne ha creato una.
Si chiama OpLoop, è utilizzabile gratuitamente ma con un abbonamento offre servizi aggiuntivi e mi sembra un bel progetto. Quando raggiungi il limite impostato, te lo ricorda con una battuta, e puoi impostare sfide di astinenza con i tuoi contatti. Se vuoi provarlo, Clicca qui per una prova gratuita di 14 giorni. Io ricevo una percentuale nel caso di abbonamento, ma non ho nessun legame con l’azienda e non la conosco. È pur sempre un progetto commerciale, seppur utile eticamente.
Un altro cambiamento consiste nel sostituire almeno parte della navigazione passiva con ricerche volontarie. Se voglio conoscere le notizie del giorno, posso consultare direttamente tre o quattro fonti invece di aprire un social network e aspettare che sia l’algoritmo a decidere cosa mostrarmi.
E se voglio continuare a usare i social?
Non ti nascondo che, per come sono strutturati, gli attuali social network rappresentano, passatemi il termine apocalittico, il male. Oltre a creare dipendenza dimostrata e condannata, tramite algoritmi milionari di profilazione, sono lo strumento primario tramite cui il marketing web ci trasforma in merce.
Tuttavia, esiste il Fediverso, un insieme di piattaforme indipendenti che possono comunicare tra loro attraverso protocolli aperti come ActivityPub. Sullo stile dei social che conosciamo, ma senza un’unica azienda che gestisce tutto il sistema e su cui posso scegliere comunità e server differenti.
Quindi ricapitolando, navigo col mio Pc Windows o smartphone Android, utilizzando Firefox, magari con qualche plugin che blocca le pubblicità, se non interferisce con i siti che devo visitare. Evito di scrollare e cerco le notizie direttamente da siti specifici. Inoltre, per iniziare a staccarmi dai social, decido di aprire un account su Mastodon, una specie di Facebook.
Ma che email uso per aprirlo?
L’identità digitale
Immagina di poter avere un identità diversa a seconda del luogo in cui devi andare. Sarebbe utile? Beh, su internet puoi.
Questo purtroppo lo sanno anche tutti i truffatori che sfruttano ogni giorno l’ingenuità, l’ignoranza e la paura di ignari utenti, ma deve essere usato anche a proprio favore.
Ci sono servizi strettamente legati alla tua reale identità, ad esempio con la pubblica amministrazione tramite strumenti come lo SPID, e altri a cui invece sarebbe meglio comunicare meno dati possibili, email compresa.

L’indirizzo email è il nome con cui ti iscrivi e a cui riceverai comunicazioni dal sito o servizio a cui ti sei iscritto. Capisci quindi ad esempio che utilizzare l’email associata allo SPID per iscriverti a un sito di scommesse o di giochi online non è una cosa furba.
Soprattutto considerando che di email puoi aprirne quante ne vuoi e adatte in proporzione all’utilizzo che devi farne.
Su questo punto per fortuna sono abbastanza avanti perché ho diversi indirizzi email per diverse attività. Per motivazioni logistiche e anche di sicurezza. Ma mi capita di fare un errore che potrebbe essere importante: cliccare su Accedi con Google (o con altro servizio).
Associare i servizi, accedere con credenziali di servizi esterni quando possibile, rappresenta sicuramente una comodità, ma valuta attentamente quando vale la pena farlo. Su un account Google ad esempio, puoi avere associato un metodo di pagamento e altre informazioni personali, da tenere protette e non esporre a pericoli inutili.
Separare le identità digitali quindi non significa diventare anonimi. Significa evitare di rendere inutilmente semplice il collegamento tra attività che non hanno bisogno di essere associate.
La permanenza online
Il tempo che le persone passano su internet è in continuo aumento. In media oggi alcuni studi parlano di circa 5 ore e mezza al giorno. Quindi prima di qualsiasi altro accorgimento occorre ottimizzare il tempo che si passa online, con un semplice presupposto: farlo solo se realmente necessario.

Ma abbiamo un sistema operativo sicuro, un browser sicuro, una VPN, strumenti alternativi, servizi email differenti e magari abbiamo anche iniziato a utilizzare piattaforme indipendenti. Quindi? Che problema c’è se stiamo ore su internet?
Beh.. C’è un problema molto più grande, che spesso sfugge quando parliamo di privacy.
L’infrastruttura che permette a Internet di funzionare è estremamente complessa e comprende reti di telecomunicazione, data center, server, sistemi DNS, CDN, servizi cloud e collegamenti fisici distribuiti in tutto il mondo.
Un progetto open source può essere ospitato su Amazon Web Services. Un servizio indipendente può utilizzare Cloudflare. Una piattaforma che non ha nulla a che vedere con Google può comunque dipendere da infrastrutture Microsoft o Google Cloud.
Mandare dati da una parte del mondo e renderli disponibili da ogni altra comporta costi e risorse importanti. Esistono progetti di server locali, indipendenti, etici e quant’altro, con ambizioni e posizioni diverse, che vale senza dubbio la pena di sviluppare e approfondire.
Tuttavia, considerando che la maggior parte di persone utilizzano internet per cose superficiali, come intrattenimento e social, mi sorge il dubbio di quanto in realtà non sarebbe meglio indirizzare le risorse verso una rivalutazione totale di ambizioni e aspettative in base a risorse e situazione reale.
In altre parole, se devo usare un social, preferisco usarne uno che non mi droga, ma la vera domanda dev’essere: mi serve davvero passare tempo su un social?
Non è una domanda retorica. Me lo chiedo anche io. E uso internet per lavoro. Infatti non solo conosco tutti questi strumenti citati, e li uso, insieme a vari altri, ma di seguito trovi un elenco in continuo aggiornamento degli strumenti migliori per aumentare la tua sicurezza online.
Strumenti utili
L’elenco di tools che trovi qui sotto è in continuo aggiornamento, e ti invito a segnalarmi eventuali altri contributi importanti da aggiungere.
Lo scopo è quello di fornire ai miei utenti il maggior numero possibile di strumenti utili a rendersi autonomi e sicuri nelle proprie operazioni online.
Linux
Linux, con le sue varie versioni, è un sistema operativo gratuito, e alternativo a Windows di Microsoft o iOs di Apple. Dispone di un interfaccia grafica che in alcune versione è molto simile ai sistemi appena citati, e comprende molti programmi preinstallati o installabili gratuitamente.
Purtroppo alcuni famosi programmi non sono compatibili, o comunque hanno bisogno di configurazioni avanzate per essere utilizzati. Linux rimane comunque una validissima alternativa ai sistemi operativi commerciali, si può provare tramite una chiavetta, senza installarlo, e ti permette di dare nuova vita a dispositivi ormai datati.
Per approfondire l’argomento, puoi visitare il sito ufficiale di Linux italia.
Sono disponibili vari sistemi operativi, differenziati principalmente in base all’utilizzo a cui saranno destinati.
Ad esempio:
- Linux Mint: Ha un’interfaccia familiare a chi proviene da Windows, è gratuita e adatta anche a un utilizzo quotidiano. È probabilmente il punto di partenza più semplice per chi vuole provare Linux.
- Ubuntu: Una distribuzione molto diffusa, con una comunità ampia, documentazione abbondante e un buon supporto hardware.
- Fedora: Un’alternativa interessante per chi cerca un sistema moderno, aggiornato e basato su software libero.
Una volta installato sul PC, potrai installare molti altri programmi disponibili gratuitamente, alternativi ai più conosciuti e famosi software commerciali. Puoi inoltre provare Linux da una chiavetta USB prima di installarlo.
Smartphone non Android
Android come sappiamo è preinstallato sulla maggior parte di dispositivi mobili non Apple. E in rarissimi casi è possibile installare un altro sistema operativo.
Esistono altri sistemi operativi per smartphone, molti in realtà, ma nella maggior parte dei casi non è possibile installarli per blocchi del produttore. Quando si riesce a sostituire Android inoltre, si possono riscontrare problemi di compatibilità con alcuni servizi e assenza delle App.
Sono disponibili sul mercato però telefoni nati direttamente senza Android installato, o comunque non legati ai servizi Google, costruiti su un altro sistema e poi resi compatibili alle app più comuni o integrati con servizi equivalenti.
Alcuni esempi sono il Jolla Phone, creato da un azienda finlandese, o il FairPhone, che permette di scegliere se usare Android di Google o un altro sistema operativo. Ne esistono anche altri, ma non avendone provato nessuno non mi sento di consigliartene uno in particolare. Sicuramente per ora non sono molto economici.
VPN
VPN vuol dire Virtual Private Network, ovvero Rete Virtuale Privata.
In parole semplici il suo funzionamento è questo: mi connetto alla mia normale rete internet, poi attivo una VPN che fa da filtro tra me il mio fornitore di internet, che non vede quindi la mia attività. Anche i siti che visito, non vedono la mia connessione di partenza, perché per loro arrivo dalla connessione VPN.
Come spiegato in precedenza, la profilazione può avvenire tramite altri mezzi, come i Cookie o il Fingerprinting, e inoltre si sposta la fiducia dal tuo operatore internet all’azienda che fornisce la VPN.
Per questi motivi, non mi sento di consigliare una VPN in particolare. Una delle più conosciute è NordVPN, insieme a ProtonVPN. Io ho avuto in passato una collaborazione con SurfShark VPN, ma ne esistono varie altre, in parte utilizzabili gratuitamente, con dei limiti, e con la possibilità di attivare un piano a pagamento per avere prestazioni superiori e servizi migliori.
La VPN comunque, associata ad altri accorgimenti, è uno dei tasselli per una connessione al 100% anonima.
Browser Privacy Friendly
Il browser è lo strumento che ci permette di interpretare gli altrimenti (per i più) incomprensibili codici da cui è composto un sito internet. Su molti telefono è preinstallato Chrome, che in alcuni casi si chiama genericamente “internet”. Si tratta del browser di Google. L’altro browser super commerciale è Edge, di Microsoft, preinstallato sui PC con Windows. Derivato dal vecchio Internet Explorer.
Il browser determina in che modo i siti che visiti possono interagire con te. I più commerciali appena citati, pur disponendo di avanzi strumenti di sicurezza, sono pensati in ottica commerciale per registrare ed elaborare dati privati, per migliorare l’esperienza utente da un lato, e per puro business dall’altro.
Ci sono browser più improntati sulla privacy. Uno dei pionieri è Firefox, di Mozilla, che da sempre offre metodi di navigazione meno invasiva ed il suo codice è open source, ovvero aperto a suggerimenti, analisi e ulteriori sviluppi.
Questi livelli di privacy sono ulteriormente alzati utilizzando browser più specifici e anonimi, come DuckDuckGo, Brave o addirittura TOR. Quest’ultimo è il browser d’eccellenza per la privacy, e associato a una buona VPN rappresenta una delle soluzioni più anonime per andare online. Purtroppo però le prestazioni spesso sono scadenti, e inoltre l’accessibilità a molti siti e servizi è limitata.
Alcune cose online puoi farle con i browser più commerciali e comodi. Per altre puoi valutare l’utilizzo di browser alternativi. A secondo di qual è il tuo scopo, hai ampia possibilità di scelta. Ad esempio, puoi rinunciare del tutto a Google e Chrome o Edge, affidandoti solo a Firefox, oppure usarli tutti a seconda della necessità e di cosa devi fare online.
Email sicure
Il mezzo più utilizzato per accedere a qualsiasi servizio online è l’indirizzo email. Per registrarti devi fornirne uno nella maggior parte dei casi. A volte si può usare il telefono, ma è l’errore più grande che puoi fare. Ovviamente a seconda di dove devi registrarti.
Ci sono fornitori di email molto famosi. Uno dei più usati è senza dubbio GMail, di Google. Ma nel nostro paese vanno forte anche Libero, Virgilio, Tiscali, Hotmail, e vari altri. Ne esistono davvero molti, e tutti possono essere usati gratuitamente con la possibilità di piano a pagamento con maggiori spazio e funzionalità.
Ovviamente i servizi più famosi e commerciali, pur affidandosi a sistemi di sicurezza avanzati, sono esposti ad aspetti commerciali, di profilazione e di esposizione ai rischi che non le rendono le migliori soluzioni in ottica privacy e tutela del consumatore.
Esistono vari fornitori di email più concentrati sulla privacy. Non ho rapporti commerciali con nessuno, ma sicuramente tra le soluzioni più valide troviamo Proton Mail, il servizio privacy first più affermato al mondo, e Tuta Mail, progetto di un azienda tedesca indipendente e green. Entrambi prevedono anche piani a pagamenti ma possono essere utilizzati gratuitamente con dei limiti di spazio.
Altri esempi importanti sono Infomaniak, progetto svizzero super ecologico e gratuito per utenti svizzeri e dell’UE, e MailFence, progetto belga autofinanziato e attivo nella difesa delle libertà digitali e diritti civili online.
Informarsi online
Oltre ai rischi per la privacy, su internet bisogna anche fare molta attenzione alle fake news, e il pericolo spesso va di pari passo.
Siti sensazionalistici, acchiappa click, complottisti, che spesso includono strumenti di tracciamento e di massimizzazione del profitto dalla visita. Bisogna imparare a stare lontano da questi ambienti.
Come? Utilizza solo fonti attendibili e riconosciute. Ad esempio, vuoi informarti sulle ultime notizie in Italia e nel mondo? Usa il sito dell’ANSA, o dell’AGI (associazioni di giornalisti). Anche i siti più famosi sono spesso di parte, imparziali e manovrati da logiche commerciali o politiche.
I siti su cui informarsi e a cui dare credibilità certamente non mancano, ma sono molti di più quelli impegnati a creare titoli che ti fanno cliccare e contenuti che ingaggiano il tuo tempo. L’esempio più lampante e a mio avviso preoccupante è Google News, o Discover, ovvero le notizie che puoi scrollare quando apri Chrome.
Non servono a informarti davvero. Sono notizie scelte per capacità di engagement, ovvero per quanto ti attirano e coinvolgono, e non in base ad utilità, attualità e pertinenza. Scrollare quelle notizie è il modo migliore per sprecare il tuo tempo e insegnare all’algoritmo come renderti dipendente dal farlo.
Ad ogni modo, quello che pregiudica realmente i contenuti a cui hai accesso, a prescindere dal browser, è il motore di ricerca. Il più utilizzato è ovviamente Google, nato inizialmente solo per questo, cioè scegliere risultati dal web da proporre in ordine di importanza in base alle ricerche dell’utente. Ha costruito un impero che oggi determina i nostri interessi.
Esistono molti altri motori di ricerca che filtrano e propongono i risultati in base a criteri di selezione che privilegiano la reale pertinenza, piuttosto che i risvolti commerciali che potrebbero nascere dalla visita. Tralasciando l’alternativa più famosa, di Microsoft, che si chiama Bing, altri motori di ricerca validi da utilizzare sono DuckDuckGo, Qwant, Brave Search, Start Page, Ecosia e vari altri.
La differenza con Google è principalmente che i risultati non sono personalizzati in base a ottiche pubblicitarie o di tracciamento delle tue abitudini, e le tue ricerche non sono salvate da nessuna parte. Su questi motori di ricerca due persone diverse che cercano la stessa parola trovano lo stesso risultato. Come dovrebbe essere.
Social etici e Fediverso
I social network rappresentano ormai il canale più utilizzato per usare internet. Molte persone non aprono praticamente mai un browser internet visitando i siti, ma restano nell’ambiente chiuso di uno o più social.
La tecnologia che ti intrattiene sul social network è chiamata algoritmo, e le piattaforme spendono milioni di dollari per elaborare quello più adatto allo scopo. Nel caso dei maggiori social, come Facebook, Instagram, Tik Tok, lo scopo è quello di produrre utili dai contenuti sponsorizzati, per alimentare il sistema. Gli utili ci sono e aumentano in base al coinvolgimento, ovvero al tempo che passi sul sito visualizzando pubblicità.
Questi algoritmi in alcuni casi sono stati condannati per causare dipendenza. Meta e Google stanno pagando multe di miliardi. Viene condannato un sistema studiato per creare assuefazione e difficoltà a staccarsi, relegando milioni di persone a ore di scrolling senza quasi rendersene conto.
Esistono però progetti di social network cosiddetti etici, ovvero che non studiano le tue abitudini allo scopo di profilarti, intrattenerti e monetizzarti, ma vivono di ambienti aperti, condivisione e trasparenza.
Per la maggior parte, ma non tutte, sono ospitate dal Fediverso, ovvero una rete di piattaforme indipendenti che non rispondono a pochi grandi proprietari o azionisti ma a singoli progetti o comunità. Alcuni esempi sono Mastodon (una specie di X/Facebook), PixelFed (alternativa a Instagram), PeerTube (alternativa a YouTube), Signal (alternativa a WhatsApp), e altri.
Ovviamente su questi social attualmente sono disponibili meno contenuti, perché utilizzati da meno persone, ma ti basta invitare tutti i tuoi conoscenti a iscriversi, e una volta che li avrai tutti con te, noterai quanto sarà meglio vedere davvero cosa pubblicano, e non quello che l’algoritmo ha scelto di farti vedere.
Alternative ai grandi servizi
Fino a quando i servizi proposti dalle Big Tech saranno i più utilizzati, il loro potere sarà difficilmente contrastabile. Ma qui nessuno vuole fargli la guerra o imporsi come nuovo sistema dominante. Il fine è solo poter usufruire di un mezzo geniale e utile come internet senza diventare automi.
Per questo motivo l’unica strada possibile è quella di virare verso servizi simili ma offerti da realtà più sostenibili, etiche, improntate sulla privacy e non sul profitto.
Ad esempio..
Su un computer, non devo per forza scegliere Windows (Microsoft) o iOs (Apple), ma posso utilizzare Ubuntu, Mint o Fedora (Linux).
Su uno smartphone, non devo per forza usare un Android o iPhone, ma optare per dispositivi con parti ancora sostituibili e con sistemi operativi alternativi come GrapheneOS o /e/OS.
Come browser, non devo per forza usare Chrome, Safari o Edge, ma posso scegliere Firefox, DuckDuck, Brave, Mullvad, Tor.
Al posto di Google Cloud o One Drive posso usare ad esempio NextCloud o OwnCloud.
Possiamo sostituire Google Maps o Apple Maps con OpenStreetMap.
Per traduttore, al posto di Google Translate, puoi usare Firefox Translation, che ti traduce anche le pagine web in tempo reale, integrato nel browser. Oppure servizi alternativi come LibreTranslate.
E al posto di usare Gmail, Libero o Virgilio puoi valutare Proton Mail e Tuta Mail.
Le alternative sono molte altre, come molti altri sono i servizi offerti dai colossi del web. Qui abbiamo elencati i maggiori, quelli che mi sono venuti in mente, e che utilizzo, ma saranno in continuo aggiornamento.
Limitare il tempo su internet
Abbiamo visto che è possibile usufruire di internet senza svendere i propri dati e interessi. Esistono progetti etici che non mettono al primo posto la profilazione e la monetizzazione dell’individuo.
Per quanto questi progetti alternativi abbiano bisogno di essere utilizzati e diffusi per avere un senso ed esistere davvero, motivo per cui te ne ho parlato, voglio anche avviare un interpretazione diversa dell’argomento trattato.
Abbiamo davvero bisogno di passare così tanto tempo su internet?
Utilizzare strumenti che non danno assuefazione sicuramente migliorerà la tua esperienza online, e ti farà capire anche quanto sia meglio usarlo solo quando realmente necessario.
L’utilizzo di smartphone e dispositivi connessi sta lentamente peggiorando le nostre capacità di memoria e ragionamento. E non lo dico io, ma vari centri di ricerca che dimostrano come “l’effetto Google” o “amnesia digitale” ci abbia lentamente fatto dimenticare come immagazzinare informazioni. O la diminuzione della materia grigia, della capacità cognitiva e dell’attenzione.
Infine, il meccanismo di notifiche, feed e scroll si è scoperto causare il rilascio di dopamina continuo e a basso sforzo, trasformandoci in individui incapaci di tollerare la noia o di intraprendere attività che richiedono uno sforzo prolungato senza gratificazione immediata.
Consapevole di questo penso tu possa scegliere con maggiore libertà quanto tempo passare attaccato agli schermi.
Ultimi consigli
Come spero tu abbia colto, se hai letto tutto o anche solo in parte, tutti questi accorgimenti non sono trucchi speciali per garantirsi anonimato e sicurezza online. Sono appunto precauzioni, buone pratiche, riflessioni, nell’utilizzo di un mezzo sempre più cruciale nelle nostre vite.
Anche solo porsi la domanda di come migliorare questa esperienza, è già un passo importante verso la maggiore consapevolezza. Anche solo fare una di tutte queste cose migliora la tua sicurezza e privacy.
Questo articolo è pensato proprio per essere un punto di riferimento in cui trovare informazioni utili e strumenti.
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Libero professionista classe 1987. Mediattivista dal 2003. Crea tutorial pratici per operazioni online, testati passo-passo e documentati con screenshot reali dal 2020. Fondatore del canale YouTube LoFaiOnline e di Archiviotruffe.it.
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